Silvia Longhi
Fotografa

E01: Gli Stalker di Chernobyl

Photo courtesy ©Pierpaolo Mittica

Il fotografo di reportage Pierpaolo Mittica entra nella zona di esclusione di Chernobyl in compagnia di guide molto particolari. Dopo più di 20 anni di lavoro sul disastro nucleare e le sue conseguenze, la centrale torna a sorprenderlo con un viaggio dei più coinvolgenti nella sua esperienza di fotogiornalista. Un viaggio che parte da Tarkovskij e arriva alla città fantasma di Pripyat. Alla fine dell’episodio, il fotografo si racconta in un’intervista.

Scritto e raccontato da Silvia Longhi.

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FOTOGRAFIE e VIDEO
BIBLIOGRAFIA
  • “Picnic sul ciglio della strada”, di Arkadij Strugackij e Boris Strugackij.
  • “Chernobyl”, di Paolo Parisi
credits

Fotografie di Pierpaolo Mittica. Sonorizzazione in collaborazione con Massimo Antoniazzi con musiche originali e sigla dei Capitan Guepière. Master a cura di studio Soundkode (Marco Bonutto). Progetto grafico: Carin Marzaro. Animazione video: Playpics (Ernesto Zanotti).

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TRASCRIZIONE DELLA PUNTATA

Il protagonista di questa puntata nonché l’autore del reportage da cui partiamo è il fotografo Pierpaolo Mittica. Tra poco sentirai tre storie che lo riguardano: ciò che stava raccontando e quello che ha vissuto, in questa prima puntata, coincidono.

Pierpaolo Mittica è un fotografo di reportage, un fotografo umanista particolarmente attento alle tematiche ambientali. Nella sua fotografia l’ambiente e l’uomo soffrono insieme, l’uno è conseguenza dell’azione dell’altro, e le sue fotografie suggeriscono che l’uomo non si salva da solo se non si salva anche l’ambiente. Ha iniziato fotografando nei Balcani e negli slum dell’India, ha raccontato degli schiavi bambini del Bangladesh e molte altre storie che raccontano la sofferenza e la violenza dell’uomo verso se stesso e verso la natura. Col tempo ha iniziato ad indagare sempre di più i gravi disastri ecologici, in particolare le conseguenze dell’incidente nucleare di Chernobyl, tanto che il suo lavoro e’ stato scelto nel 2006 dal Museo Nazionale di Chernobyl a Kiev in Ucraina come mostra ufficiale per le celebrazioni del ventennale. Alla fine di questa puntata, sarà lui in un’intervista a raccontarci di più di sè, ma prima andiamo sulle tracce del suo lavoro.

Nel 2016, Pierpaolo viene a conoscenza di una storia che diventerà il tema di uno dei suoi reportage. Scopre infatti che negli ultimi anni alcuni gruppi di ragazzi ucraini chiamati Stalker hanno iniziato ad entrare illegalmente nella Zona di Esclusione di Chernobyl. Stalker si pronuncia con la A, e la parola viene dal titolo di un film di Andrej Tarkovsky e da un libro dei russi ArkA’di e Boris Strugazzki che si intitola “Picnic sul ciglio della strada”. In entrambi, si raccontava di una “zona” proibita, ovvero di un territorio in rovina e abbandonato dove le leggi della fisica sono inspiegabilmente stravolte. Lo scenario desolato delle descrizioni assomiglia in modo impressionante ai territori contaminati di Chernobyl. La Storia la conosciamo: era il 26 Aprile del 1986 quando il reattore numero 4 della centrale esplode. Siamo abituati a chiamarla la centrale di Chernobyl, ma in realtà il nome è Vladimir Ilych Lenin, e si trova a Prypyat, una quindicina di Kilometri a nord di Chernobyl. Subito dopo l’incidente, venne creata una zona di esclusione con un raggio di 30 km dalla centrale, un territorio presidiato e in cui l’accesso è tutt’oggi limitato. La popolazione che viveva all’interno di questo perimetro fu evacuata e dovette lasciarsi alle spalle le proprie case con tutti gli oggetti di una vita. A Chernobyl ora vivono circa 4000 persone, mentre Pripyat è una città fantasma circondata da boschi e foreste. Il parallelismo tra la zona di Esclusione e le ambientazioni del libro ha davvero dell’incredibile se si pensa che venne scritto nel ’72, quindi ben 14 anni prima del disastro. Gli Stalker di cui parlano il libro e il film sono una sorta di guide esperte che accedono a questo territorio clandestinamente eludendo la sorveglianza, e che nei loro viaggi mettono a rischio la propria vita per recuperare misteriosi cimeli da rivendere. Nel 2007 uscì anche un videogioco ispirato a questa storia. È ambientato a Prypyat, e quindi ne ricostruisce minuziosamente ogni strada ed edificio, persino la piscina comunale abbandonata che si vede in molte fotografie dell’epoca. Il gioco ha un successo enorme e fa riscoprire a un’intera generazione il film e il libro, e così la Zona di esclusione entra definitivamente nell’immaginario di questi ragazzi. Non erano nati all’epoca del disastro, e Su di loro la Zona esercita una forza di attrazione irresistibile. E se sai che quegli edifici e quelle strade che ormai conosci virtualmente a memoria distano poche decine di kilometri da casa tua, e soprattutto se di quella storia non ti è mai stato realmente spiegato abbastanza, allora diventa difficile accontentarsi di ricostruzioni e narrazione. E così gli Stalker sono diventati reali, così come i loro viaggi dentro la zona di esclusione, quasi delle missioni che hanno come destinazione la città fantasma di Pripyat. Per raccontare questa storia, nel 2017 Pierpaolo Mittica, che pure conosce bene Chernobyl, decide di entrare nella zona con un gruppo di Stalker come guide per vivere con loro questo viaggio e l’esperienza che ne risulterà sarà per lui molto di più di un reportage.

1 Aprile 2018. Sono le tre di notte, ci sono 5 gradi sotto zero, e stiamo finalmente entrando a Pripyat.  Ci sono andato la prima volta 20 anni fa. Avevo deciso di raccontare con le mie fotografie le conseguenze dell’incidente nucleare e per fare questo cercavo quelle storie che potessero far capire come un evento di quella portata avesse cambiato per sempre milioni di vite. È incredibile il modo in cui una sola vicenda può frammentarsi ed entrare in cos’ tante storie.  È incredibile il modo in cui una sola vicenda può frammentarsi ed entrare in così tante storie. Stavo quasi per fare l’errore di pensare di aver raccontato non dico tutto ma comunque molto di quello che poteva essere fotograficamente rilevante di quella storia, e in fondo pensavo che non avrei trovato nuove storie capaci ancora di stupirmi profondamente a così tanti anni di distanza, ed ecco invece che mi trovo a camminare nella zona di esclusione con 30 kili di zaino sulle spalle, seguendo nel cuore della notte i passi di Jimmy, Sasha e Maxim: gli Stalker di Chernobyl. Avevo chiesto a Yuri, il mio fixer in Ucraina, di accompagnarmi in uno dei miei viaggi a Prypyat, ma a causa di altri impegni non poteva aiutarmi. Mi propone però di farmi accompagnare per questa volta da un’altra persona.  E così durante il workshop conosco meglio Jimmy e gli chiedo della sua vita. Mi dice che ha iniziato da poco a lavorare con i tour operator che portano i turisti all’interno della zona di esclusione, e che il lavoro va bene perché lui conosce la zona molto molto bene. Sento che lo dice con una punta di orgoglio e gli chiedo, senti e perché conosceresti molto molto bene la zona? E lui mi risponde: “Perché ci sono entrato illegalmente più di 40 volte. “  È così che ho scoperto l’esistenza degli Stalker, ragazzi ucraini che entrano a Pripyat aggirando i controlli del governo per raggiungere la città fantasma e poterla esplorare liberamente, soprattutto dopo il tramonto, quando anche l’ultimo dei turisti è uscito e il cancello si è richiuso alle sue spalle. Alle 18 infatti scatta una sorta di coprifuoco e in città restano solo gli animali selvatici. E gli stalker. Il viaggio che compiono è complicato e pericoloso sotto molti punti di vista. ci sono le radiazioni,naturalmente, ma anche il cibo e l’acqua possono diventare un problema. Nella zona , poi, non c’è campo quindi se succede qualcosa, sai che non puoi chiedere nè ricevere aiuto. Ma le sensazioni che provi, mi dice Jimmy, non hanno paragoni con nessuna esperienza che tu possa mai fare FUORI dalla zona. Jimmy mi descrive il viaggio e non fa a tempo di finire di parlare che ho già deciso di fotografare questa storia. 5 mesi dopo sono con lui in partenza da Kiev. Partiamo il 26 Marzo con una macchina che Jimmy ha affittato per andare fino al reticolato che segna il confine della Zona di esclusione. Con me c’è Alessandro, un collega videomaker con cui realizzeremo – oltre al reportage anche un docufilm. Solo una volta in macchina conosco gli altri due Stalker: sono Maxim e Sasha. Scendiamo a 4 km dal confine e da li procediamo a piedi. Per sicurezza, aspettiamo la notte e, appena scende il buio, tagliamo il filo spinato ed entriamo.  Da questo momento siamo all’interno della zona di esclusione e ha inizio il nostro viaggio: ci attendono 60 kilometri a piedi nella foresta contaminata per arrivare a Prypyat. Il percorso che Jimmy ha studiato attraversa infatti principalmente i boschi, e solo in alcuni punti coincide con le strade sterrate. Solo nel bosco potremo accendere le pile. Le strade, invece, così come il ponte, dovremo percorrerle al buio, per evitare di essere individuati dalle pattuglie di vigilanza. Per lunghi tratti il bagliore delle stelle è l’unica luce su cui possiamo contare per vedere dove stiamo mettendo i piedi, per non inciampare su rami, rocce … animali. Si, una volta è successo, a Jimmy: di inciampare su una roccia che in realtà era un alce addormentato. Per i viaggi nella zona gli Stalker si organizzano spesso in gruppi paramilitari con nomi, simboli e rituali ispirati alla fantascienza. Loro tre sono invece Stalker solitari, che di volta in volta entrano nella Zona con formazioni diverse.  Jimmy è il più esperto. Per lui questo è il 42esimo viaggio. Ha una barba nera ordinata e lo sguardo di chi ha sempre la situazione sotto controllo.  A Kiev abita in uno di quei palazzoni con un sacco di piani tipici dell’edilizia popolare sovietica. A lui ho praticamente affidato la mia vita in questi giorni. Jimmy ha la strana abitudine di chiamare Sasha maestro, anche se Sasha nella Zona ci è entrato di fatto solo 5 volte. È che Sasha anche se è il più riservato, si illumina parlando della Zona, della storia dell’ex unione unione sovietica e della filosofia degli Stalker. Potrebbe andare avanti per ore.  Porta un impermeabile giallo che gli arriva alle ginocchia, e che in confronto ai giacconi mimetici di Jimmy e Maxim sembra un soprabito. Ha gli occhi azzurri, un pizzetto biondo, guance rosse e occhiali rettangolari di quelli con la montatura leggera. Da quello che capisco, non credo se la passi benissimo. Ha lasciato la facoltà di Fisica e ora non ha un lavoro fisso. Maxim è il suo opposto: fisico atletico, viso largo, viene da una famiglia benestante. E’ il più estroverso di tutti, ha un carattere aperto, e un sorriso sempre accennato. Non potrebbero davvero essere più diversi. Li accomuna, anzi, ci accomuna adesso tutto il resto, a partire dagli zaini pieni di cibo e la stanchezza con cui camminiamo da ore. Uno dei grossi problemi del viaggio è l’acqua, sarebbe impossibile portarne negli zaini a sufficienza. Ma Jimmi mi dice che gli Stalker lungo il percorso hanno delle scorte e io mi fido, salvo quando lui si rifiuta di permettermi di accompagnarlo per scattare, e li mi impongo. Questo scatto è necessario per il racconto, e allora mi accontenta, ed eccole li: le scorte sono pozze d’acqua stagnante negli scantinati degli edifici in cui entriamo.  L’acqua viene raccolta, filtrata, e fatta bollire. La raccoglie, la filtra e la fa bollire. Inutile pensare alla Alla contaminazione, anche perchè ora comunque non abbiamo alternativa. Camminando vediamo le orme degli animali che continuiamo a sperare di non incontrare. Qui gli animali selvatici si sono ormai riappropriati della regione. lupi, orsi bruni, Volpi, linci, cavalli, cinghiali, cervi e moltissime specie di uccelli abitano la zona di esclusione, che ha una flora e una fauna incredibilmente vitali, in quello che a noi sembra un paradosso. Ci facciamo guidare dal contatore Geiger. Il suo ticchettio scandisce il ritmo del nostro viaggio e detta le regole, traducendo in suono il pericolo che altrimenti è del tutto invisibile. La pericolosità delle radiazioni è relativa al tempo di permanenza nelle aree contaminate perciò quando la sua frequenza aumenta, sai che devi muoverti.  Per evitare incontri spiacevoli durante la notte, gli Stalker hanno individuato campi base in cui potersi riposare e stare al sicuro. Sono edifici fatiscenti in villaggi abbandonati che in alcuni casi sono poco più di un nome sulla cartina Quando ci troviamo davanti a un monumento ai caduti che sorge nel bel mezzo del bosco rimaniamo sorpresi. “Che senso ha costruire un monumento qui?” E mentre ce lo chiediamo capiamo di essere in quella che un tempo è stata la piazza di un paese. I liquidatori, infatti, hanno distrutto e sepolto migliaia di case, per ridurre la pericolosità del materiale contaminato.  Immaginando cosa c’è sotto di noi, procediamo al buio in fila indiana verso la casa dei boscaioli, in cui potremo dormire e riposarci. Quando arriviamo Jimmy inizia a cucinare, ovvero versa il contenuto di un barattolo in un pentolino per scaldarlo, Sasha si accende una sigaretta e Maxim filtra dell’acqua.  Mentre prepariamo il sacco a pelo, penso alle regole dettate dall’agenzia governativa ucraina: – Non toccare niente.  – È Vietato sedersi o appoggiare oggetti personali a terra.  – E’ vietato bere alcolici – È vietato mangiare, bere e fumare all’aperto – È Vietato entrare negli edifici. Non solo le regole per i turisti, ma tutte le regole della società durante il viaggio vengono scardinate.Qui tutto è portato all’estremo, la natura stessa è estrema e le uniche regole che valgono sono quelle per la sopravvivenza. È cosi che la Zona mi insegna la prima lezione. Più ci avviciniamo a Pripyat, più capisco cosa cercano gli Stalker qui. Il viaggio nella zona è un’occasione per misurarsi con i propri limiti, fisici e mentali. La Zona ti mette alla prova, certo, ma ti ripaga, facendoti fare l’esperienza di un mondo da cui l’uomo è scomparso.  È un’emozione che difficilmente ho provato altrove. Alterniamo la marcia alle tappe per riposare, mangiare e asciugare vestiti e scarponi. Mentre avanziamo lungo gli ultimi kilometri di strada però dobbiamo accelerare il passo perché qui il bosco non ci protegge più. Da 20 km abbiamo finito l’acqua e ne troveremo dell’altra solo arrivati in città.  La sete e la stanchezza stanno iniziando a pesare.  Ed è mentre quasi corriamo che finalmente ci appare in lontananza la centrale e la vedo come non l’avevo mai vista: è illuminata a giorno, la cupola del sarcofago nuovo che ricopre il reattore numero 4 è liscia, tonda e brillante, p come un guscio di cemento e acciaio, che visto da qui, la fa sembrare un’astronave.  Nel libro e nel film il mistero della zona è legato a un attacco alieno. E invece siamo proprio noi ad aver fatto tutto questo. Mentre la guardo accade qualcosa di strano:e i tralicci dell’alta tensione che sono sopra di noi iniziano a produrre uno strano rumore. È un lamento metallico che ci fa rabbrividire. Un guasto forse, non lo so. Di sicuro la notte amplifica le suggestioni, ma in 20 anni è certo che la Centrale Nucleare di Chernobyl, io cosi, davvero non l’avevo mai vista. Dista a occhio un kilometro da qui, quindi ormai manca davvero poco. Siamo così concentrarti sui nostri passi e sulla sete che quando i palazzi scheletrici della città iniziano a materializzano affianco a noi,quasi non ce ne accorgiamo neppure. Sono masse nere e silenziose di cui sento la presenza. Alzo lo sguardo per vedere le loro sagome che si disegnano in controluce davanti a immenso cielo stellato. Nel buio riusciamo chiaramente a leggere la grande scritta che troneggia sopra una cabina blu: siamo finalmente arrivati a Prypyat. Cerchiamo un appartamento dove sistemarci per dormire: lo troviamo all’ottavo piano di un palazzo del centro. Dormiamo qualche ora e ci svegliamo presto. Quando mi sveglio osservo meglio dove siamo: il posto è semi arredato, l’appartamento è già stato usato evidentemene da altri Stalker che ci hanno portato l’indispensabile per poterci vivere qualche giorno.  Quando ho iniziato a occuparmi di chernobyl giravo a Prypyat di giorno cercando di ricostruire la vita della città e sentendola morta. Capisco cosa cercano, gli Stalker, perchè la Zona aveva attirato anche me.  Il viaggio degli stalker non è finito con l’arrivo: Sasha mi spiega che vogliono fare il possibile per preservare la memoria di Prypyat. Al contrario degli stalker del film, loro non sottraggono nulla alla Zona, anzi: mettono in salvo ciò che trovano, perchè non c’è nessuno che si stia occupando di preservare questa Pompei. Nei miei primi reportage potevo fotografare libri e i registri appoggiati sui banchi di scuola, le cartine geografiche appese alle pareti e i giochi abbandonati. Ogni oggetto sembrava suggerire che il proprietario sarebbe tornato presto.  “Cari compagni, Raccomandiamo di prendere con voi solo i documenti, i beni di prima necessità e del cibo per le prime fasi. Gli appartamenti verranno presidiati durante l’evacuazione. Compagni, mentre lasciate temporaneamente le vostre case, non dimenticate di chiudere le finestre, il gas e ogni apparecchio elettrico” La voce femminile che dava indicazioni agli abitanti durante l’evacuazione, dell’incidente diceva solo che si erano verificate “Condizioni radioattive avverse.” Chissà come chiudi casa quando non sai per quanto tempo starai via e avendo meno di 24 ore per farlo? Con che pensieri dai l’ultimo giro di chiave a una porta che racchiude tutta la tua vita, il tuo letto, i tuoi vestiti, l’ultima spesa, le foto della recita di natale dell’85. La vita che c’è negli oggetti lasciati indietro contiene tutto il dramma della storia, e la memoria è un bene troppo prezioso per lasciare che svanisca.  Ma gli oggetti ora sono sempre più rari da trovare, se non li ha distrutti il tempo li hanno purtroppo fatti sparire i turisti sempre più numerosi. Gli Stalker vogliono almeno provarci a mettere in salvo ciò che trovano, perchè vedono che Prypyat sta morendo per la seconda volta, e loro sanno che se scomparirà, il mondo avrà perso una testimonianza unica. Camminiamo per le strade deserte, tra rovi e sterpi. Dove prima c’erano aiuole ora ci sono alberi alti quanto palazzi. La vegetazione riempie gli ingressi e esce dalle finestre dei primi piani.  Spesso per le vie del centro puoi vedere cavalli e volpi.  Entriamo in qualche edificio, facendo attenzione perchè molti sono PERICOLANTI. Troviamo qualche quaderno, e un libretto scolastico che riporta le regole di comportamento da tenere in classe.  Data 1986.  L’ultima giornata di esplorazione sta per finire, e decidiamo di salire sul tetto di un palazzo per goderci la vista sulla città. Brindiamo a noi e alla storia, e beviamo. Il sole sta tramontando sulla strana skyline di Pripyat, con la sua centrale, la ruota panoramica mai inaugurata, la grande insegna dell’hotel Polissja e una distesa di palazzi disabitati.  Le nostre storie si uniscono su questo tetto. Forse da fuori un’occhio disattento vede solo un gruppo di ragazzi uniti dal desiderio di infrangere le regole. Ma mentre li fotografo, io vedo delle persone che hanno voluto capire ciò che non è mai stato realmente raccontato, capire qualcosa che date le sue proporzioni storiche non è forse neppure del tutto comprensibile. E anche se un giorno lo sarà, questo non esaurirà mai il bisogno di alcuni uomini di sentire la Storia scricchiolare fisicamente sotto i loro piedi o bramire in lontananza. Mi guardo intorno e provo una sensazione che non avevo mai avvertito con quella intensità.  Una sensazione di libertà totale.